INTRO




2005

 

 



Troppe volte, dopo avermi incontrato, le persone mi dicono: “Però, t’immaginavo tutto in un altro modo!”.
Sono passati più di vent’anni da quando ho cominciato e forse è il momento di farmi conoscere un po’ di più per come sono. E dato che non sempre do il meglio nelle interviste, ho pensato: “Perché non far raccontare a qualcun altro com'è veramente la mia vita?”.
Ho scoperto alcune cose scritte da Luca e le ho trovate immediate e dirette, proprio come me. Questo è quello che lui ha visto e sentito, e che mi sono divertito a leggere.
Buona lettura.
Eros



- PRIMA PAGINA -

Pensiamo sempre all’america

- Tu mi devi aiutare.
Sono queste le prime parole che gli sento dire, appena salgo in macchina. Una Chevrolet nera dai vetri oscurati, incapaci tuttavia di nascondere il bellissimo sole che bacia Los Angeles. Eros è seduto davanti, di fianco al posto guida, con un cappello teso sugli occhi, i piedi sul cruscotto e le mani sul telefonino. Mi parla quasi senza voltarsi, quasi senza presentarsi, come se quelle parole avessero la precedenza su tutto.

- Aiutarti in che senso?
- A raccontarmi. A raccontare come sono veramente. Quando mi vedo in tv non mi riconosco mai. Sono teso, impacciato, non trovo mai le parole giuste. Sono forzato, ecco. E sembro pure antipatico. Ce l’hai un registratore?

Un registratore??? Come sarebbe a dire ce-l’hai-un-registratore? Prima di quest’avventura avevo chiesto se potevo portarlo e mi avevano detto: “Prova, ma lui non ama particolarmente essere registrato.” Per tutelarmi, ne avevo comprato uno piccolo e pratico il giorno prima di partire. Di quelli senza cassetta che ti permettono, se sei capace, di scaricare i dati sul computer. Contavo di leggere le istruzioni in aereo, ma il vino dell’Air France mi ha dato un abbiocco fatale. Quindi sono lì, con il registratore imballato nella borsa e nessuna risposta pronta.
- Oh, ma ci senti? Ce l’hai o no?
- …Veramente sì. Ma non ho la più pallida idea di come funzioni.
Lo estraggo ancora avvolto nel cellophane. Eros si volta a guardarlo, cerco di sorridere per togliermi dall’imbarazzo, e lui ha un’espressione divisa tra dove-l’avete-trovato-questo? e cominciamo-bene. Ma la fortuna mi assiste. Di fianco a me è seduto Guidetti, il suo alter ego musicale, che mi fa da pronto soccorso tecnologico. In un paio di chilometri (o di miglia) divento padrone del mezzo. Sono pronto a registrare proprio quando i primi discorsi sono finiti. Aneddoti su una canzone di Nek presa di mira dalle Iene. Commenti sugli ultimi risultati di calcio. Divagazioni su un pornoshop americano che vende “accessori” di ghiaccio. In pochi minuti arriviamo al parcheggio del Grove, un centro commerciale dall’aspetto imponente e vagamente fiabesco. Appena scesi, ho modo di conoscere anche il resto della comitiva. Oltre ad Eros e Guidetti, ci sono Saverio, il coordinatore di produzione/Cicerone e Bruno, il personal manager. Un ruolo che, da come suona, appare subito fondamentale: ma una persona cosa deve studiare per diventare il personal manager di un cantante? La domanda mi sorge talmente spontanea che non riesco a trattenerla. Devi passare 15 anni al fianco di Donatella Versace, risponde Eros con tono orgoglioso e fiero. Bruno sorride e ammette: per anni è stato assistente di Gianni e Donatella Versace. Un’esperienza che lo ha portato a girare il mondo tra ristoranti, grand hotel, eventi benefici e passerelle. Ha incontrato Elton John e Madonna, Lady Diana e Prince, tanto per sparare subito tutte le cartucce. La cosa buffa è che mentre io rimango estasiato dal glitter della conversazione, a Eros non potrebbe interessare di meno.

- Per me puoi aver lavorato anche con il Papa, ma alla base di tutto ci deve essere il rispetto e un grande feeling. Perché io non sono mica facile, sai?

Me n’ero accorto, sto per rispondere, ma riesco a trattenermi. Mentre Saverio-Cicero si perde nel parcheggio a otto piani, noi entriamo in questo “villaggio globale” che ben riassume il meglio (o il peggio) dell’America: shopping, shopping, shopping. Cinema, cinema, cinema. Ristorante, ristorante, ristorante. Tutto è in abbondanza. C’è pure un trenino gratuito che passa in mezzo alle fontane e sembra di essere a Gardaland. Eros cammina solo, quattro passi più avanti, per esplorare il luogo. È vestito come se fosse uscito per fare jogging: T-shirt blu, pantaloni corti e un paio di Nike ai piedi. Canticchia “Liberatemi” di Biagio Antonacci. Mi avvicino per ascoltarlo meglio e per la prima volta riconosco che è proprio lui, Eros. Con quella voce squisitamente nasale che si ama o si detesta, ma che ha conquistato il mondo. S’interrompe di colpo, distratto dalle passanti made in Hollywood: bionde, scosciate, tette finte e via, come nei telefilm.

- La vedi tutta questa gente? Qui vince l’indifferenza. L’indifferenza su tutto. Li trovi sempre sorridenti, nei negozi, nei ristoranti, ma gli interessano solo i soldi: “Dimmi quanto guadagni e vediamo se possiamo diventare amici.” Ieri quando ho fatto il check-in in hotel, non mi hanno chiesto il documento d’identità. Mi hanno chiesto la carta di credito. Non è un po’ triste?

Dopo averlo detto, si volta ad ammirare una ragazza di colore (o afro-american, come si dice qui). In quel momento mi distraggo anch’io, perché improvvisamente m’immagino la sua carta d’identità.

- Alla voce “professione”, cos’hai scritto? Vincitore di Sanremo? Duettatore con Tina Turner?
- Ho scritto nullafacente.
- Dài, dimmi la verità… Punta della Nazionale Cantanti? Popstar?
- Andiamo a fare un po’ di shopping, và… abr> Mi viene il dubbio che uno come lui non abbia bisogno della carta d’identità. Vigili e carabinieri lo riconosceranno senz’altro. Forse gli basta il passaporto, ma non vorrei irritarlo con domande stupide il primo giorno di missione. Sono stato scelto per raccontare passo passo come vive, cosa pensa, cosa dice e soprattutto cosa nasconde un monumento nazionale come Eros Ramazzotti. E l’impresa avviene ovviamente nel momento più delicato possibile: durante la registrazione del nuovo disco. Non ho alcuna competenza musicale né esperienza investigativa, ma mi è sempre piaciuto esplorare situazioni nuove, osservare e fare domande. Anche banali.

- Ma Eros è il tuo vero nome?
- Mi chiamo proprio così. Eros. Eros Ramazzotti. Mia madre ha dovuto lottare con il prete, per quel nome. Perché non voleva battezzarmi, dicendo che era sconcio e non adatto alla morale. Ma alla fine mamma ce l’ha fatta, come puoi vedere.
Tira fuori dalla tasca la carta d’identità e me la mostra tranquillamente. Nella foto non è il massimo, faccia da identikit, proprio come in ogni documento che si rispetti. Ma è lui. Nato a Roma il 28 ottobre 1963, di professione: musicista. Profilo basso ed elegante, pare. Mi perdo nello sbirciare altezza e residenza, ma me la toglie subito di mano. Da un po’ di minuti, Bruno e Guidetti ci stanno aspettando davanti alla prima tappa dello shopping: Abercrombie. Un negozio molto american casual di roba bella a prezzi accessibili (anche per me). I commessi sembrano tutti scesi da una passerella di Milano Collezioni e sorridono anche quando non li guardi. Eros si muove solo e, mentre prende una cosa, ne tocca un’altra. Ha una passione sfrenata per polo, t-shirt e canottiere. Le guarda, le accarezza, le afferra, e accompagna quasi sempre il gesto con un ghigno leggero. Gli mostro una maglietta che mi piace, gialla. Lui l’ha già presa identica, però nera: è la panza, devo nascondere la panzetta, confessa piano, toccandosela. Meglio quelle scure.
Abercrombie è una marca che conosce bene, perché non ha neppure bisogno di provare la taglia. Sa che la “L” gli andrà perfetta. Nel giro di un quarto d’ora ha comprato almeno una ventina di magliette da circa 29 dollari l’una. Uno shopping vorace e felice, breve e intenso. Pur facendo finta di nulla, sono piuttosto sconvolto dalla rapidità dell’azione. In un quarto d’ora, io sarei riuscito sì e no a provare un paio di cose. Lui ne ha comprate venti. Sembra una scena di Pretty Woman.

- Ti stai chiedendo perché ne ho comprate così tante, vero? Te lo dico dopo. Adesso voglio tornare in albergo. Se voi volete restare, fate pure. Io mi prendo un taxi.

La decisione puzza di capriccio da star: dopo venti minuti, Mr Ramazzotti si è già stufato dello shopping domenicale e vuole tornare in hotel. Ma anticipando i pensieri di tutti, puntualizza: Scusate, ma devo assolutamente andare in bagno.
.....